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Domenica, 19 Novembre 2017
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Sa muredda

Quand’ero ragazzo, vi era a Gadoni, nel sito dove oggi è la casa dei fratelli Benedetta e Salvatore Polla, una casa su due livelli tra loro indipendenti.

Il piano superiore era abitato da tia Brabaredda e dalla figlia Assunta. Vi si accedeva da una scala esterna, in pietra, addossata alla parete Nord della costruzione.

Dal pianerottolo terminale si passava ad un ballatoio dal quale si poteva accedere alle stanze.

Il ballatoio scorreva per circa metà della facciata che guardava la strada principale del paese, la via Umberto I. Costruito in ginepro e castagno era certamente sicuro, ma nella mia fantasia di bambino pensavo sempre come avessero fatto ad uscire di casa le persone che vi abitavano, in caso di cedimento improvviso.

In paese di costruzioni così fatte ce n’erano tante: faceva parte dell’architettura di allora. La scala esterna, oltre a rendere indipendente il piano superiore da quello inferiore, tornava utile nell’economia degli spazi.

Sotto questo ballatoio vi era sa “muredda”. Si trattava di un muretto in pietra, alto circa cinquanta centimetri, ricoperto da lastroni, anch’essi in pietra. Erano quindi freddi in inverno e freschi in estate perché in ombra.

“Sa muredda”, questa specie di panca, era costruita con quella particolare pietra che a Gadoni è usata sia per la costruzione delle case, sia per lastricare le strade interne.

È una pietra molto interessante e che i fratelli Moi stanno cercando di valorizzare. È resistentissima alle intemperie. Più è esposta all’aria e più si indurisce. Credo che vi siano poche cave di questo tipo di pietra in tutta l’isola.

“Sa muredda” era il luogo ove si riunivano pastori e contadini per scambiarsi le notizie sui campi e sugli animali, e per apprendere le novità giunte nel paese. Il sito insomma, dove veniva preparato e diffuso il notiziario paesano. Punto ideale e strategico per l’osservazione delle ragazze da marito e non.

Nulla sfuggiva ai frequentatori de “sa muredda”, delle cose del paese. Non solo luogo di pettegolezzi, ma anche centro culturale. Qui, un attento ascoltatore, poteva imparare a memoria sia le terzine della Divina Commedia di Dante, come le ultime novità sulle “modas” del suo poeta estemporaneo preferito.

Vi erano alcuni che recitavano a memoria interi canti dell’opera del sommo Poeta. Erano anche in grado di collocarne nel giusto luogo e tempo i vari personaggi. Stessa conoscenza avevano dell’Iliade e dell’Odissea, i poemi più amati.

Una cosa mi ha sempre sorpreso e alla quale non sono mai riuscito a dare una spiegazione. Vi erano alcuni, ricordo fra gli altri, Juanni Saderi, Ninnicu Pilia, Cicicu Melis, i quali erano in grado di recitare a memoria una lunga “moda” sentita appena una volta dalla viva voce de “su cantadore”. Ricordare un’ottava di bella fattura, per un appassionato, può anche essere facile, ma questi che ho nominato e tanti altri, erano in grado il giorno dopo, di ripetere quasi l’intera gara poetica. Erano i mirabili registratori di allora. Veri fenomeni della natura. Dei Picomirandola barbaricini grazie ai quali si è potuto recuperare un grande patrimonio poetico che sarebbe altrimenti andato perduto.

A “sa muredda”, si fermava anche la corriera della Satas che con qualche raro viaggiatore portava le novità in paese.

L’arrivo della corriera, per noi ragazzi, era l’avvenimento più interessante della giornata. Arrivava sempre puntuale alle ore 19. Mi colpiva, in modo tutto particolare, la scritta che si leggeva sul davanti: Nuoro-Gadoni.

Il fatto che quella corriera portasse in giro il nome del mio paese, forse mi riempiva d’orgoglio. D’altronde Gadoni stava scritto solo su un cartello appeso sul muro delle case popolari all’ingresso del paese. Vi si leggeva: Gadoni, 796 metri s.m. Altre sette volte era scritto sulle pietre miliari tante quante sono i chilometri che separano il paese dal bivio di Cossatzu.

Altra cosa che affascinava noi ragazzi era l’arrivo di qualche militare. Allora i soldati avevano l’obbligo di viaggiare in divisa e noi li seguivamo, affascinati dall’uniforme, fino alle loro case. La notte era poi interminabile nell’attesa delle storie nuove che il militare sicuramente avrebbe raccontato il giorno successivo venendo a sedersi a “sa muredda”.

“Sa muredda” era il luogo ideale per le riunioni perché nella stagione invernale era riparato dalla pioggia e nell’estate era all’ombra. Era questa l’unica panchina del paese se si esclude quella della piazza del Comune. Anche questa è stata spazzata via dal cemento. Nei miei ricordi mi riferisco alla vecchia casa comunale, naturalmente. Quella nata sui ruderi della Chiesa di San Pietro, ormai cancellata dalla memoria dei miei paesani. Dove sorgeva questa Chiesa (il termine è improprio in quanto pare fosse appena una cappella), vi è adesso la farmacia.

In “sa muredda” della piazza del Comune si riunivano muratori, artigiani, manovali, minatori. Sì, c’era, allora, questa specie di divisione per ceti che io non percepivo. Solo in seguito ho capito ricordando i discorsi che alcuni facevano sotto voce, ma che alla attenzione di un bambino, non sfuggivano. I ragazzi non conoscono e non danno peso a certe cose, per loro fortuna… Infatti, io che avrei dovuto scegliere questo luogo (mio padre faceva il muratore), ero sempre dalla parte sbagliata. Mio padre di certo non poteva darmi l’esempio. Non lo vidi mai seduto in questi luoghi… di ritrovo. Aveva ben altro da pensare. In casa vi erano sette bocche da sfamare.

Ricordo però con simpatia quei volti e so di essere stato accettato da loro.

Vi era tra i frequentatori una singolarissima persona. Un uomo eccezionale, di rara perspicacia, ponderato, sagace, amante dello scherzo, sempre allegro e contento, almeno così appariva ai miei occhi. Arbitro in “s’istrumpa” e in tutti i diverbi che tra i lavoratori dei campi non mancano di certo per i motivi più disparati.

Esperto nella conoscenza del bestiame come pochi, pesava un capo con lo sguardo. Ne indicava le malattie con certezza e mai una sua diagnosi è stata sbagliata. Tutti gli chiedevano pareri e con tutti era prodigo di consigli.

Fulminava un agnello o un capretto con un colpo di stiletto secco e improvviso. “Per non soffrire -diceva- l’animale è come noi, ma è nato sfortunato e in modo particolare gli agnelli ed i capretti maschi. Nessuno raggiunge i tre mesi”.

Non ci avevo mai pensato. In realtà avviene proprio questo. I pastori tra il loro gregge hanno solamente due o tre maschi per la fecondazione che vengono abbattuti alla vecchiaia o quando il pastore ritiene che la loro opera non sia più di utilità. Questo sia perché un capo più giovane e di miglior razza è pronto per la monta o anche per altri motivi. La scelta del maschio cade sempre sull’animale di taglia grossa, nato da madre prolifica e ricca di latte.

“Per non soffrire”. Diceva tiu Antonimaria, e con un colpo assestato tra le corna, il toro o la vacca, stramazzava a terra fulminato. Ho assistito più di una volta, da ragazzo, a questo rito davanti alla sua macelleria che era posta nei pressi de “sa muredda”. Ricordo il suo sguardo di compassione prima di assestare il colpo, quasi a chiedere scusa all’animale. Ma poi anche la sua forte determinazione nel colpire, proprio per non far soffrire la bestia. Sempre un colpo solo, ma sicuro e deciso, mai un tentennamento e l’animale cadeva a terra senza più un fremito.

Non c’era nessuno, allora, che difendesse gli animali, ma gli uomini gli proteggevano con il loro cuore. Non con parole vuote mandate a spasso a raccogliere consensi elettorali, voti.

“Sa panga” (era il nome in dialetto gadonese per indicare la macelleria) era assai vicina, come abbiamo visto a “sa muredda”. Tiu Antonimaria, nell’attesa tra un cliente e l’altro, sedeva spesso in questa panca di pietre sotto il ballatoio di tia Brabaredda. Allora “is pangas”, le macellerie, non erano affollate di certo. I clienti erano rari, sia perché la carne era un lusso che solo pochi potevano permettersi, sia anche perché nel paese quasi tutte le famiglie possedevano animali e quindi erano, in un certo qual modo, autosufficienti. Certo non avevano i congelatori come noi oggi, ma si industriavano e custodivano forse anche meglio di noi i cibi.

Il fatto che i clienti fossero pochi lasciava molto tempo libero a “su pangargiu”, il macellaio, e così tiu Antonimaria trascorreva molto del suo tempo in “sa muredda”. Anzi questo sito era il luogo ideale per la pubblicità al suo prodotto. Infatti essendo posta nella via principale del paese si prestava all’incontro fra le massaie, le casalinghe e le donne che andavano ad attingere l’acqua alla fonte pubblica.

Vi erano in paese, allora, due rubinetti. Uno, all’incirca dove oggi c’è il bar di Pietro Moro e la piazzetta adiacente, l’altro derivato da sorgente del luogo era posto sotto l’attuale ufficio di collocamento che confina con la casa di Gino Manca e Antonietta Pilia. Era conosciuta con il nome di “Funtana ‘e ‘ossu”. La sorgente che sta di sotto. Era provvista anche di due abbeveratoi. Era un’acqua priva di molti sali minerali. La si usava per cucinare perché scipita e non gradevole a bersi. Non era particolarmente attinta dalle famiglie se non negli anni di siccità.

Un altro rubinetto ed un altro abbeveratoio si trovavano sul davanti del serbatoio dell’acquedotto pubblico, ora scomparso. Al suo posto attualmente vi è una bella piazzetta con un salice piangente e due belle piante di leccio. Vi si conserva anche una fontanella alimentata con l’acqua di “Biddirisai” della quale parla anche il Casalis a proposito delle sue virtù terapeutiche. Biddirisai era l’acquedotto dei gadonesi fino al Novecento. È stata ribattezzata con l’insignificante e anonimo nome di “Sa funtanedda”. Non riesco a capire questa moda di distruggere la memoria del passato, questo non-amore per le cose del proprio paese. Rinnegare la propria storia, le proprie radici, secondo il mio parere, significa essere vuoti, vagare nel nulla, camminare soli, sentirsi frustati, essere complessati, non avere conoscenza del presente, che deve necessariamente, comprendere il passato: altrimenti dove poggia le sue basi?

Le donne potevano attingere anche dal pozzo di “Funtana ‘e Conventu”, situato nel cortile del Convento dei Frati Minori (anche questo cancellato ormai dalla memoria). Vi è rimasto il pozzo, attualmente murato, a sinistra delle scalette che da via San Francesco introducono al cortile dell’ex Convento. Dista circa due metri dalla casa della famiglia Mura, di fronte al negozio di Francischeddu Secci.

Nell’abitato vi erano alcune famiglie che possedevano pozzi, in genere dentro le case. Ma la popolazione attingeva alla fonte principale.

“Sa muredda” era il posto ideale per far sapere alle donne che andavano ad attingere l’acqua che oggi era in vendita la carne. A molte di esse, tiu Antonimaria, ricordo che aggiungeva, dopo l’invito ad acquistare, sempre queste parole: “Pagas candu podis”. Pagherai quando ti sarà possibile. così alcune di esse, forti della fiducia loro accordata, si facevano preparare la quantità di carne di cui avevano bisogno. Al ritorno dalla fonte la ritiravano, guadagnando così, un poco del tempo che avevano perso facendo la fila per riempire la brocca. Per una madre di famiglia l’economia del tempo era molto importante. Tante erano le faccende cui essa doveva accudire. Fare il pane, curare l’orto, andare al fiume per lavare i panni, rammendare, stirare, preparare i pasti e mille altre incombenze inerenti al suo stato di madre, compresa l’educazione dei figli.

Ogni tanto tiu Antonimaria lasciava “sa muredda” e andava a servire una di queste donne che rientrava con la brocca dell’acqua. Stupende queste donne con la brocca sul capo. Le ricordo tutte esili, con lunghe gonne a pieghe che coprivano loro tutto il corpo fino alle caviglie. Avevano tutte lo stesso modo di incedere, come se avessero frequentato tutte la stessa scuola di portamento. Vi era in loro qualcosa di regale che si avvertiva in tutte le manifestazioni della quotidianità. Tutti i loro atti erano misurati e composti anche quando dovevano accudire alle faccenda più umili. Ogni azione nuova aveva inizio con il segno della croce quasi a chiedere alla divinità la partecipazione a quell’atto. (Ricordo mia madre quando preparava la farina da fermentare: ogni operazione era preceduta da un segno di croce. Il primo segno di croce era sulla massa della farina sulla quale si apriva un cratere per ricevere il fermento. Questo poi veniva squagliato e prima di essere introdotto nella farina, e dopo, abbondantemente segnato con una compostezza di gesti sacrali che appartenevano più ad uno dei massimi sacerdoti dell’antichità che ad una umile casalinga della Barbagia. Preparare il pane era forse il rito più alto e sacro. Tutto aveva inizio con la pulitura del grano dalle impurità. Poi veniva lavato e asciugato. Queste operazioni venivano fatte con il massimo rispetto per il grano quasi fosse una cosa viva, animata.

La molitura veniva eseguita con la macina sarda sotto il controllo vigile e attento delle donne. C’era poi la separazione della crusca dalla semola. Questa operazione aveva un ritmo particolare. Con un movimento rotatorio dell’attrezzo usato (“su palini”), le donne creavano una musica ritmata di soave dolcezza che spesso accompagnavano con il canto, quasi sempre rivolto ai piccoli per tenerli accanto e buoni. Le parole usate avevano sempre un indirizzo altamente educativo. Miravano alla formazione del futuro uomo. )

Ricordo il loro sguardo pudìco, ma sicuro e severo allo stesso tempo. Il loro passo breve e veloce quasi a sfiorare il terreno. Vedo ancora la gioia stampigliata in qualche volto, mentre riceve l’involto della carne. Forse aveva risolto una situazione difficile… Chissà.

Il taglio della carne, allora, era unico. Non c’erano tante pretese. Bastava dire: spalla, coscia, costole, per brodo, per arrosto. Oppure, se si trattava di ventrame: fegato, tratalia, cordula. Del maiale si poteva scegliere: pancetta, grandula, peis, conca, sumini, coscia, ecc. Del maiale, della capra e della pecora si vendeva anche il sangue. Con il sangue di maiale si preparava “su beladìtzu” e con quello della pecora “sa brentiri de sambini”.

Se il taglio della carne era unico, aveva due prezzi: con “s’acciunta” o senza a seconda della parte che il cliente richiedeva. Unico prezzo aveva, invece, la carne a bassa macelleria. Si trattava di carne di animali morti per avvelenamento da ferula, caduti in qualche dirupo, o altre cause, ma le carni non erano nocive per l’uomo. Era obbligo notificare alla popolazione questo tipo di vendita tramite bando pubblico. Il bando, in genere era di questo tenore: “Ehi si ‘etat custu bandu. A cini ‘olit pezza de craba morta de feurra, a bassa macelleria, sa panca de tiu Antonimaria.” O ancora: “ Ehi si ‘etat custu bandu a cini ‘olit pezza de ulu (sperrumau) a bassa macelleria, a sa panga ‘e Pirria.” Veniva sempre puntualizzata la causa del decesso della bestia. E non tutti acquistavano la carne a bassa macelleria. Vi era una certa diffidenza anche se l’autorizzazione alla vendita veniva data dal veterinario. Ma ritorniamo a “sa muredda”.

È ancora presente nella mia mente una scenetta avvenuta proprio in “sa muredda”. Vi era, seduto tra i presenti, un servo pastore. Era se non sbaglio, alle dipendenze de tiu Bobori Craboni. Credo fosse di Samugheo. Questi, si accaniva inutilmente con la pietra focaia contro il suo acciarino per accendere l’esca. Devo ricordare che in tempo di guerra era cosa non facile trovare fiammiferi e poi in quel periodo tutti i fumatori erano provvisti di esca ed acciarino. I fiammiferi erano un lusso che non si potevano permettere. L’esca e l’acciarino erano a costo zero. Tutti potevano fornirsi questi strumenti senza spendere una lira. Incessanti erano i colpi che il servo pastore dava sull’acciaino ma senza risultato utile.

Tiu Usai, presente alla scena, guardava con compassione e quasi con tristezza il poveraccio. Accompagnava ogni inutile colpo sull’acciarino con le sue battute garbate e ingenue ma efficaci allo stesso tempo. Battute talmente ovvie che avevano ingenerato nei presenti un irrefrenabile ridere. Suo scopo però era quello di farlo desistere dall’impresa che egli aveva stimato impossibile. Ma d’altro canto il pastore non voleva cedere all’insuccesso. Sperava nel miracolo, per evitare la brutta figura! Tutto il suo accanimento aveva una sua logica. Era comunque a tutti evidente, che l’esca, mai e poi mai avrebbe preso fuoco. L’esca infatti era molto umida perché uno dei presenti aveva sfilato al malcapitato il portaesca e vi aveva fatto penetrare delle gocce che scendevano dal ballatoio de tia Brabaredda. Molti si erano accorti dello scherzo e questo fatto aggiungeva alle battute di tiu Usai, che non era al corrente della cosa in quanto sopraggiunto dopo, una sadica complicità, fatta da ammicamenti, cenni di approvazione, e di finte sorprese, che rendevano l’atmosfera elettrizzata. Ogni inutile colpo sull’acciarino provocava altrettante inutili scintille che non riuscivano però ad accendere l’esca. Dopo ogni colpo gli occhi del pastore si dilatavano e quasi penetravano dentro l’astuccio dell’esca per scrutare il più piccolo segno di accensione, ma sempre inutilmente. Saranno passati cinque minuti dall’inizio di questa lotta, forse anche di meno, ma vi era la sensazione che durasse da sempre. Molti offrivano il loro sigaro acceso al pastore con l’invito ad accendere il suo, ma egli non vedeva e non si accorgeva nemmeno, tanto la sua mente era intenta alla riuscita dell’opera che egli si era prefissata. Nemmeno lontanamente gli sfiorò l’idea che l’esca fosse umida. Non era mai successo di dover lottare tanto per accendere. E intanto aveva ridotto ad un mozzicone il mezzo sigaro toscano che aveva in bocca prima ancora di averlo acceso. Ma nella foga neppure di questo si era accorto. Solo quando tiu Usai gli mise sotto il naso la sua bellissima custodia per l’esca fatta di corno lavorato e con una altrettanto bel tappo di sughero paraffinato, il pastore si arrese.

“Se non accende al primo colpo, te la regalo!” Disse tiu Usai, con uno di quei suoi sorrisi semplici e avvolgenti che avevano ingenerato il ridere in tutti. Prese quindi con la mano sinistra l’astuccio, gli tolse il tappo con la destra e li posò entrambi sulle ginocchia del pastore. Poi avvicinò l’acciarino all’astuccio e con la pietra focaia fece scoccare, con un solo colpo, un nugolo di scintille che incendiarono l’esca.

Vi fu un coro di approvazioni. Il pastore si sentì piuttosto turbato, quasi disorientato. Cercava di riprendersi mandando folate di fumo a destra e a manca. Si accorse anche che il suo mezzo toscano era solo un mozzicone e questo non l’aiutava certo a stemperare l’insuccesso. Tirò fuori dalla tasca interna della sua giacca di velluto un nuovo sigaro lo accese e buttò via l’altro. Ora si sentiva più a suo agio. Le risate erano finite e la discussione cambiò tema. Si parlava del tempo che volgeva al bello, dei pascoli, dell’avvicinarsi della primavera e si facevano progetti per il nuovo anno.

Il pastore si accaniva con profonde tirate sul sigaro appena acceso quasi avesse paura che si spegnesse. Ad ogni tirata faceva seguire un controllo della parte accesa. Poi, con un piccolo soffio, toglieva lo strato di cenere formato dalla combustione. La cosa gli dava maggior certezza. Eppure tutto questo era inutile in quanto il fumo era il segno inequivocabile che il sigaro era acceso. Sarà stato, forse, un modo per scaricare la tensione accumulata. Notai che non fece nemmeno una tirata a “fogu a aintru”. Anche questo era un segno del suo nervosismo celato. Quando un fumatore di sigaro fumava in quel modo dimostrava il massimo del rilassamento. Pare che questo sistema di fumare tenendo il sigaro con la parte accesa in bocca, sia nato tra i fanti della Brigata Sassari nella Grande Guerra (1915-1918). In una guerra di trincea in cui gli uomini erano schierati a poche centinaia di metri gli uni dagli altri, nelle ore notturne, era facile vedere anche la luce emanata da un sigaro acceso. Ecco quindi il sistema per rendersi invisibili senza rinunziare al fumo. Molte delle persone ricordate in questi appunti erano stati fanti nella Brigata Sassari e avevano conservato quindi questa abitudine che poi si è trasmessa anche agli altri.

I presenti notarono lo stato d’animo dell’uomo e cercarono di toglierlo dall’imbarazzo. Il tizio che gli aveva combinato lo scherzo, lo invitò ad asciugare l’esca. “Sicuramente è umida.” Gli disse. Un altro gli chiese notizie del suo padrone e del bestiame. Così, un poco alla volta, la cosa si stemperò. Sembrerà strano, a più d’uno, che un uomo possa essere stato turbato da una cosa così insignificante, ma nell’ambiente pastorale, fatto delle piccole cose del quotidiano, anche un fatto del genere, lascia un segno di negatività. Anzi, più l’impresa non riuscita è piccola e insignificante, più grande sarà il suo impatto negativo. Un gesto come questo, in un ambiente povero di argomenti stimolanti, può essere spesso oggetto di conversazione e, a volte, anche di derisione. Inconsciamente l’uomo, forse, pensava anche a questo.

Il fatto che l’esca di tiu Usai avesse acceso al primo colpo, non mi meravigliò più di tanto. Era a tutti nota la sua bravura in questo campo. Tutti sapevano che il suo acciarino non falliva un solo colpo. Ciò che mi fece riflettere era quel suo grande sorriso irrefrenabile perché aveva in sé una gioia incontenibile. Lui stesso era la gioia, la felicità, l’immagine del sorriso! Ho sempre pensato che la conformazione dei suoi muscoli facciali non riuscissero ad assumere atteggiamento diverso da quello del sorriso. Ricordo che cercai nel suo sguardo un atteggiamento di bravura per la sua capacità nell’accendere l’esca, ma vidi solo una cascata di scintille di felicità che sicuramente ancora oggi vagano nel mondo se ogni tanto mi si parano davanti intatte. Era, tiu Usai, di una cordialità e affabilità non comuni. Trattava, con gli stessi modi gentili e con lo stesso rispetto, un bambino ed una persona adulta. Era disponibile con tutti e per tutti aveva quel suo vero e grande sorriso. Il suo sorriso… inondava l’animo dell’ascoltatore che pendeva dalle sue labbra. Si era come avvolti da questo suo stare nel mondo. Intorno a lui c’era sempre qualcuno. Ripensandoci, ora, credo che molte persone afflitte da qualche problema della vita, cercassero, magari inconsciamente, la sua presenza per trarne un qualche vantaggio spirituale.


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Aggiornamento pagina: 10/05/2008
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