Questo sito utilizza esclusivamente cookie tecnici di sessione, con la sola finalità di permettere la normale navigazione delle pagine web. Non vengono utilizzati cookie di profilazione o tracciamento. Informativa Cookie

Marted́, 21 Novembre 2017

Impostazioni di visualizzazione: 


www.gabrieleortu.it – Copyright © Gabriele Ortu, tutti i diritti riservati

Ricordo

Mi manca l’odore acre delle castagne essiccate nell’intreccio di canne sopra il focolare e le scintille leggere che sfidando la gravità salivano alte in cerca del firmamento per ricadere subito vinte dall’entropia sotto forma di minuscolo puntino nero colore carbone.

Erano su tutti gli oggetti vicini al focolare questi puntini minuscoli e sui nostri vestiti quando sedevamo intorno al focolare nelle fredde giornate invernali e quando la sera i nonni ci tenevano buoni con le loro storie di banditi e di “janas” che popolavano i nostri sogni tra le “mantas” di lana che scaldavano i duri inverni della nostra terra.

Scintille che irrompevano improvvise quando qualcuno “aizzava” un tizzone. Era in genere la nonna a farlo, non perché fosse una sua prerogativa o un suo dovere, ma perché la nonna aveva una sua tecnica tutta particolare nel governare il fuoco. Era una cosa molto importante il governo del fuoco, in quel sistema di vita.

La nonna era la più esperta della famiglia. L’unica che riusciva a ravvivare il fuoco senza creare fumo.

Quando ella, per un qualsiasi motivo, era vicino al focolare, nessuno interveniva. Se nella cucina vi era fumo e gli occhi ci lacrimavano, pensava la nonna a sistemare la cosa. Con la sua tecnica riusciva a far sì che ogni tizzone ardesse con fiamma viva e senza fumo. Ogni tizzone, dopo il suo intervento, bruciava quasi in collaborazione con gli altri e con ardore. Quando la nonna ravvivava il fuoco, il focolare si illuminava. Le facce che prima erano in penombra vivevano di una luce nuova. Sembravano come emerse da una palude di fumo e di nebbia. Si poteva addirittura leggere.

Il nonno approfittava sempre di questi momenti di luce viva per dare una sbirciata al suo “Giravali”, o per buttare giù, con la sua matita copiativa, qualche verso che aveva precedentemente elaborato.

E si scusava sempre il nonno, per queste interruzioni, sia che ci stesse raccontando una storia, sia che avesse interrotto un discorso su un qualsiasi argomento.

Il nonno aveva sempre argomenti nuovi e interessanti da raccontarci. Era stato in America in cerca di fortuna, ma ritornò più povero di prima. Aveva girato in lungo e in largo nell’America del Sud. Era stato anche negli Stati Uniti: ritornò da clandestino su una nave aiutato da un comandante sardo incontrato a New York, perché non aveva i soldi per pagarsi il viaggio di ritorno. E ci raccontava di altri sardi lasciati in America e quasi resi schiavi, diceva. I suoi racconti non avevano mai fine ed erano sempre nuovi. Storie di lavoro e di miseria. Di violenza e di soprusi. Molte di queste storie, quando la nonna ravvivava il fuoco, si illuminavano di lacrime. Eppure il nonno era un uomo di un carattere assai forte e non facilmente portato alla commozione. Era impossibile, dal tono della voce, accorgersi del suo stato d’animo. Solo il riflesso della luce sulla lacrima mi dava la certezza della sua commozione. Non poteva dimostrarsi debole con noi ragazzi. Era come tradire la nostra fiducia in lui. Il nonno era molto attento alla nostra educazione, come pure tutti in famiglia.

Le parole venivano meditate, il tono di voce pure. Vi erano, a volte, lunghe pause tra una parola e l’altra e tra un concetto e l’altro. Era facile arguire nei racconti del nonno che le cose scabrose venivano saltate o tanto meno condite in modo diverso. Una lite non finiva mai nell’omicidio, una coltellata si trasformava in uno schiaffo. Le lunghe serate invernali erano piene delle storie del nonno, specie quando le grosse nevicate ci tenevano chiusi in casa notte e giorno.

E la nonna aveva un bel da fare, in questi casi, a far circolare l’aria. La neve infatti tappava le fessure tra le tegole ove il fumo del focolare trovava sfogo e la casa veniva invasa dal fumo. Ma anche in questo caso era la nonna a mettere a posto le cose. Raddoppiava la quantità della legna ed usava una particolare qualità di legna che riservava per le sere in cui ci poteva essere un ospite per cui era bene che ci fosse molta luce e poco fumo.

Era proprio questa, la particolare qualità della legna. Non faceva fumo, in quanto mancava della corteccia, e faceva molta luce. Veniva raccolta, questa legna detta “candelazzu”, nei campi nei quali gli anni precedenti, vi erano stati degli incendi. Il fuoco nella sua furia distruttrice, a volte, brucia solo le foglie ed i rami, specie nel sottobosco, lasciando intatto il fusto o bruciando appena la corteccia. Questa poi si stacca dal fusto lasciando l’arbusto liscio e di colore del legno, quasi bianco ghiaccio. Questa legna particolare da noi si chiama appunto “candelazzu” (forse perché brucia come una candela), e brucia sempre con fiamma molto viva e alta.

Con una bella carica di questa legna la nonna riusciva sempre a far sì che la neve si squagliasse rapidamente o, all’inizio di una grossa nevicata prevista, non si accumulasse lasciando sbocco al fumo del focolare che aveva sfogo solo attraverso le fessure delle tegole del tetto. Quante lacrime ci ha evitato la perizia della nonna. Cercava sempre di prevenire, non di aggiustare dopo. Un altro accorgimento che escogitava in caso di molto fumo era quello di lasciare la porta d’ingresso alla cucina un poco aperta. Così l’aria fresca spingeva più rapidamente in alto quella calda e allo stesso tempo aumentava l’ossigeno al fuoco e di conseguenza la legna bruciava con più ardore.

Nelle nostre case di Barbagia, allora, non c’erano i caminetti ed il fuoco veniva fatto al centro della cucina che si trovava, quasi sempre, al primo piano che era anche l’ultimo e sopra di esso, il tetto in tegole di terracotta. In corrispondenza del focolare, le tavole che dovevano sostenere le tegole e queste stesse dovevano essere messe in opera in modo lasco rispetto al resto del tetto in modo tale da fare da tiraggio per il fumo e per l’anidride carbonica creata dalla combustione. I piani di calpestio erano fatti in travi e tavole, in genere le travi erano in ginepro e le tavole in legno di castagno o anche entrambi in rovere o castagno il legno più comune nei nostri paesi.

Il focolare veniva costruito, sul piano così fatto. Al centro della cucina, veniva costruito un rettangolo le cui dimensioni erano dettate: dalla grandezza della cucina, dai componenti la famiglia, dal gusto della padrona di casa, dal tipo di attività del capo famiglia ecc. All’interno di questo rettangolo veniva, a volte, posato un altro piano in tavole e su questo veniva fatto un gettito di terra rossa, la stessa che si usava allora come malta per lcostruire le abitazioni. In questo modo, e con questa terra, non vi era nessun pericolo d’incendio.

In quasi tutte le famiglie il focolare era, però, ampio. Tra il centro dov’era il fuoco ed i bordi vi era uno spazio sufficiente per poter tenere una serie di treppiedi in ferro, gli attrezzi del focolare, un barattolo sul quale si raccoglieva, ogni tanto, la cenere ecc. Ad una certa altezza, sopra il centro del fuoco, a volte, si notava un paiolo appeso ad un gancio in ferro che a sua volta era trattenuto da una trave del tetto. Alle travi del tetto era pure appeso un graticcio in canne, “su cannìtzu”.

Era tenuto da due robusti bastoni stagionati di legno di “arredelu” sui quali esso poggiava. Serviva soprattutto per l’essiccazione delle castagne. Ai lati di questo erano poste due tavole e su di esse veniva affumicata la ricotta e asciugato il formaggio. Le tavole erano poste parallele ai lati lunghi del rettangolo che delimitava il focolare. Le tavole venivano sostituite da due bastoni quando c’era da asciugare e affumicare la salsiccia. Questo avveniva una volta all’anno, quando si ammazzava “su mannali”.

Ogni famiglia aveva il suo maiale da ingrasso e con la sua morte la provvista di condimento per tutto l’anno. Nulla veniva perso di questo animale: dal sangue alle setole, tutto era utile. Si ricavava il lardo, lo strutto, il prosciutto, la salsiccia, la pancetta, “su beladizzu”, ricavato dal sangue, “sa gerda” (le giuggiole) per le focacce, “sa grandula”.

A dicembre, la cucina era ricca di odori forti. Quello acre delle castagne si mescolava con quello forte delle salsicce che sapevano di aceto e di aglio.

Tutto era intriso di questi odori. Era la certezza che le provviste per l’inverno erano assicurate.

Una casa senza questi profumi, era una casa misera, povera.

Si viveva nella semplicità, allora. Tutto era ridotto all’essenziale. Ci si sedeva intorno al focolare su sedili bassi, “is tiddus”, specie di sgabelli costruiti con vari strati di sughero sovrapposti, alternati agli spigoli, da quattro angoli in modo da lasciare uno spazio vuoto al centro per poterli afferrare usando una sola mano.

Per i più piccini, a volte, venivano costruiti con materiale ancora più povero: “sa ferula”.

Molti erano gli oggetti in sughero che si usavano. In cucina ve ne erano per liquidi e per solidi. Si poteva conservare il latte, “su casaxedu”, lo strutto, la farina. Ci voleva sughero di prima qualità per questi recipienti, specie quando venivano usati per i liquidi. La materia prima non mancava, né mancavano i bravi artigiani. Si usava, per la costruzione, un particolare tipo di coltello affilatissimo, lungo, senza punta, largo circa due centimetri: “arresoa po zippa”, non se ne vedono più in giro. Le varie parti venivano fissate tra loro con chiodi di legno d’erica perché duro e non attaccàbile dal tarlo. Si costruivano anche mestoli in sughero. Negli ovili era facile vedere anche tazze e cucchiai: "is crogargius“. Pure molte culle erano in sughero. Questo materiale molto malleabile era anche utile per la conservazione dei cibi in quanto se ben tappati fungevano da termos. Erano indeformabili e non arrecavano nessun disturbo per la salute, al contrario la conservavano. Molti oggetti venivano trattati con la cera d’api e questa lasciava un gradevole sapore alle cose che in essi si riponevano.

 

***

 

Al momento di andare a dormire il fuoco veniva ricoperto con la cenere e si conservava per giorno seguente. La conservazione del fuoco, specie per gli anziani, era un rito. Non trovare braci tra le ceneri, la mattina era di cattivo auspicio. Andare a chiedere fuoco dal vicino era cosa mortificante, voleva dire non saper tener fede alle tradizioni, perciò tutti ponevano molta attenzione nella conservazione del fuoco. La raccomandazione dei grandi, nonni o genitori, era sempre la stessa: “Lasciate in ordine le sedie e coprite bene il fuoco. Le anime, quando verranno, devono trovare tutto in ordine”.

Si riteneva che le persone defunte della famiglia, una volta che i viventi andavano a letto, prendessero possesso della casa fino al nuovo giorno. Non vi è stata una sola notte che io non abbia sentito, o dai nonni o dai genitori, questo invito. Né una sola volta ho tralasciato di eseguirlo. Si andava a letto con gli odori di fumo e di salsiccia in contrasto con il profumo delicato delle lenzuola pulite che odoravano di liscivia. Oh, come mi mancano il profumo di liscivia e gli odori del focolare. E il profumo della carne di capretto arrostita con braci di ginepro. E quello delle focacce di grano appena sfornate. E delle patate arrosto, e del pane abbrustolito con il lardo. E il sapore dell’uovo cotto sotto la cenere, e quello penetrante del pane fritto con il vino. Era un mondo di profumi quello del mio focolare e delle strade del mio paese. Nessuno più oggi sente quegli odori. Li devo rincorrere con il pensiero per risentirli, ma sono sbiaditi e falsi. Mi domando, a volte, ma a che serve oggi all’uomo l’odorato? Sarebbe bene non l’avesse! Forse tra non molto lo perderemo per sempre. Abbiamo perso il fuoco e il focolare, la famiglia e l’amore. Abbiamo perso il gusto e più non distinguiamo il bello. Abbiamo distrutto gli ideali, e i sogni sono svaniti con il nostro focolare. Nessuno riassetta più le sedie per le anime, la notte, e le anime vagano senza pace nell’incertezza. Non ha più ritmi la musica della nostra esistenza. Sono stati dispersi i vasi di sughero pieni di speranze nei sentieri del nostro cammino. Ci mancano i profumi dell’amicizia e dell’amore: siamo troppo soli, oggi.


Copyright © Gabriele Ortu - Tutti i diritti riservati.
www.gabrieleortu.it – Copyright © Gabriele Ortu, tutti i diritti riservati


Aggiornamento pagina: 10/05/2008
Copyright © 2007-2008 Gabriele Ortu

Menù rapido informazioni