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Marted́, 21 Novembre 2017

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Un arcobaleno di felicità

“No mi fazat arriri candu chi no, oi, ddu pongu aintru.” Con queste parole, ma in tono scherzoso, un carabiniere che prestava servizio a Gadoni, si rivolse a tiu Usai, suo paesano di Ollasta.

Tiu Usai, così veniva da tutti chiamato e conosciuto il signor Raffaele Usai, messo comunale, banditore, campanaro e becchino.

Questa scherzosa battuta in lingua campidanese (“non mi faccia ridere altrimenti oggi la metto in cella”), fu pronunziata nel bar di Pietrino Pilia, seulese, sposato a Gadoni.

Tiu Usai stava, in quel preciso istante, portando alle labbra un bicchiere di birra, anzi aveva iniziato a sorseggiarlo quando il carabiniere pronunziava le ultime parole: “Ddu pongu aintru”. La metto dentro.

La risata che ne conseguì, fu talmente improvvisa che il sorso di birra non fece in tempo neppure a bagnargli l’ugola perché si disperse come la cascata di un pugno di coriandoli lanciati nell’aria.

E rideva tiu Usai, rideva tanto, che tutto il suo corpo tremava. Nulla rimase del bicchiere di birra. E rideva non tanto per ciò che il carabiniere, suo paesano, gli aveva detto (non era una battuta allegra anche se detta in tono di amicizia e scherzoso), quanto per quello che egli aveva fulmineamente pensato di rispondergli.

Ci volle del tempo prima che il volto di tiu Usai assumesse una certa serietà. Poi, con calma disarmante condita da piccole risatine, com’era nel suo costume, rispose: “Nara, no scherzis cun mei… poita si tui mi ponis aintru, prima o poi un ateru mi ndi bogat…, ma si ti pongu aintru deu, nisciunus prus ti ndi podit bogai…” (“Non scherzare con me… perché se tu mi metti in galera, prima o dopo un altro mi tirerà fuori…, ma se ti metto dentro io, nessuno più sarà in grado di farti uscire vivo”).

A queste parole, che tutti i presenti avevano distintamente udito (quando tiu Usai parlava, in qualsiasi circostanza ci si trovasse, tutti si taceva come quando egli, con la sua tromba, dava i tre soliti squilli prima di iniziare a dare il bando, e si stava in attesa delle notizie), scoppiò una risata generale. Sembrava che il “Bar” stesso si fosse animato e trasformato in una risata senza fine…

Molti altri spruzzi di birra, per qualche istante, crearono attraverso il raggio di sole che entrava dai vetri della finestra un ben visibile improvvisato arcobaleno. Pareva quasi che la natura stessa si fosse messa a ridere.


Si dileguò l’arcobaleno e si spensero le risate, ma negli occhi degli avventori del bar si potevano ancora ammirare i riflessi che mandavano le loro lacrime di gioia.

Solo il signor Reiner non rise. Con il suo boccale di birra pieno in mano, sembrava una statua al dio bevitore. Era quasi paralizzato. Non riusciva a capacitarsi. Interrogava con lo sguardo i vicini, ma non riceveva risposta alcuna. Rimase come offeso quasi dal comportamento dei suoi nuovi amici.

Era il signor Reiner, un friulano che lavorava nella miniera di Funtana Raminosa.

A Gadoni in quel periodo vi era una nutrita comunità di friulani che lavorava nella miniera perché friulani erano il proprietario ed il direttore.

Per il signor Rainer, quella domenica, era la prima volta che faceva visita al paese. Non era quindi ancora integrato, come molti dei suoi conterranei, che del paese ormai sapevano tutto e soprattutto, non inorridivano più davanti ad una forma di formaggio marcio, anzi lo prediligevano. Questo dava la misura della loro integrazione nelle nostre usanze.

Tiu Antoni Luisu Masala, un anziano minatore, appena si riebbe dalle risate convulse che avevano contagiato tutti, si avvide dello stato d’animo del friulano (che quel giorno era anche suo ospite) e si affrettò a spiegargli che il signore che aveva ingenerato in tutti quella solenne risata era il becchino del paese.

In questa spiegazione il signor Reiner non riuscì a capire il senso di tanto ridere e anche se con il capo aveva accennato ad un assenso, rimase tuttavia freddo, imbarazzato.

Di ciò si rese conto il proprietario del bar che si affrettò a tradurre in italiano tutto il discorso che avvenne tra il carabiniere e tiu Usai.

Il signor Reiner fece cenno di aver capito, ma la cosa lo lasciò indifferente. Abbozzò un sorriso, ma solo di circostanza.

Molti si meravigliarono del fatto che il friulano non si fosse messo a ridere e, pensando che non avesse ben capito, cercarono in molti di tradurre ancora. Ma il friulano non sorrise.


È strano come la “stessa frase” detta in lingue diverse produca effetti diversi. Sarà stato il suono delle parole in lingua sarda, o forse il particolare momento in cui sono state pronunziate quelle parole a creare quel momento magico per tutti? Forse sarà davvero impossibile ricreare gli attimi che sono trascorsi, come diceva un filosofo? La malta del tempo si solidifica così velocemente che a volte non ti dà il tempo per lavorarla.

Più di una volta ho raccontato questo fatto e in sardo e in italiano, cercando di far rivivere quel momento, ma la cosa non è più riuscita. Forse ci voleva quel locale e quelle stesse persone che in quel particolare momento della loro vita, per un caso voluto dal caos armonizzante della nostra esistenza, erano tutte semplicemente ben disposte a sorridere. Forse il “Caso” aveva bisogno di quella storiella e in quel momento specifico per gli imperscrutabili disegni che noi viviamo ma che sfuggono alla nostra stessa comprensione. Una pennellata di colore che solo per poche persone e per così poco tempo è stata tracciata sulla tela della vita dei partecipanti di quella domenica.

Credo che la scena non si potrà ricostruire neppure con gli stessi attori di quel giorno… Se anche la cosa fosse possibile, impossibile ci sarebbe riappropriarci di quegli istanti… Nemmeno tutto il carisma di tiu Usai, se fosse ancora tra noi, basterebbe.


Negli uomini, la parola “becchino” a volte può suscitare una certa ilarità e legare la persona che esercita tale mestiere alla incombenza che esercita.

Per tiu Usai, a Gadoni, non era così. Egli era persona vista come uomo di grandi doti di bontà e di amore e tutti infatti -se si escludono quei pochi che, solo per il fatto di avere dieci capi di bestiame e due ettari di terra credevano di essere i possessori di tutte le verità e di poterle esercitare a loro piacimento- gli dimostravano il rispetto che meritava.


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Aggiornamento pagina: 10/05/2008
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